Tra il Duomo e la Scala si apre il “salotto di Milano”: una croce di vetro e ferro lunga oltre 250 metri, costruita quando l’Italia era unita da appena pochi anni e Milano voleva dimostrare al mondo di che pasta fosse fatta. Oggi è ancora il primo posto dove un milanese porta un amico di passaggio — non per fare shopping, ma per fargli alzare gli occhi al cielo, letteralmente.

Storia e architettura della Galleria Vittorio Emanuele II
Progettata dall’architetto Giuseppe Mengoni e costruita tra il 1865 e il 1877, la Galleria nacque come progetto patriottico: collegare fisicamente il Duomo, simbolo religioso della città, e il Teatro alla Scala, tempio della cultura, in un unico passaggio coperto dedicato al primo re d’Italia.
La cupola ottagonale centrale, alta 47 metri, fu all’epoca un’impresa ingegneristica: una delle prime grandi strutture in vetro e ferro battuto d’Europa. Ogni dettaglio decorativo celebra l’unità nazionale, raggiunta faticosamente dopo secoli di frammentazione politica e dominazioni straniere:
- La balaustra delle logge superiori: ospita una fila di stemmi di cento città italiane.
- Gli affreschi sopra gli ingressi laterali: raffigurano altre città della penisola (tra cui Venezia, Bergamo, Cremona e Mantova) che convergono simbolicamente verso il centro.
- Il cuore dell’ottagono: ospita quattro mosaici che rappresentano gli stemmi delle città che, in epoche diverse, furono capitali d’Italia: Milano (nel periodo napoleonico, tra il 1805 e il 1814), Torino, Firenze e Roma.
Mengoni non vide mai l’inaugurazione: morì cadendo dall’impalcatura la notte prima dell’apertura ufficiale, nel dicembre 1877.
Il rito del Toro della Galleria
Il mosaico più fotografato è quello di Torino. La tradizione vuole che appoggiare il tallone destro sui genitali del toro rampante e girare tre volte su se stessi porti fortuna. È un rito così radicato che di fronte al mosaico si vede spesso una piccola fila di turisti in attesa del proprio turno, e l’usura di milioni di talloni ha reso necessari più restauri nel tempo — l’ultimo confermato nel 2026. Un’ipotesi ricorrente lo lega a un antico sfottò dei milanesi verso i “cugini” torinesi: i due centri all’epoca si contendevano la palma di città più importante del Nord Italia.

Tel disi mì (ovvero consigli da un milanese)
Guardate bene l’arco d’uscita verso Piazza della Scala: ne vedrete due sovrapposti, uno più dritto e uno leggermente storto. Non è un difetto — è un trucco. L’asse della Galleria non era perfettamente allineato con la piazza, e Mengoni nascose lo sfasamento con un doppio arco che inganna l’occhio. Pochi se ne accorgono, ma una volta notato non si vede più altro.
Cosa vedere nel “salotto di Milano”

La Galleria Vittorio Emanuele, con i suoi negozi alternati da caffè e da ristoranti, può essere considerata come uno dei primi antenati dei moderni centri commerciali. Da un secolo e mezzo è il luogo dove la città si mette in mostra.
I locali storici: Camparino e Prada
Il Camparino in Galleria, aperto dal 1915, è il locale dove è nato il rito dell’aperitivo con Campari: un caffè al banco costa il giusto, un tavolo all’esterno costa la vista. Poco più avanti, lo storico negozio Prada occupa lo stesso angolo dal 1913 — l’origine del marchio, prima che diventasse un impero globale della moda. Le sue vetrine sono uno spettacolo nello spettacolo: allestimenti spesso sorprendenti e curati nei minimi dettagli, che meritano una sosta anche solo per guardarle, a prescindere dalla voglia di entrare.
Personaggi illustri e la leggenda del “ratìn”
Basta osservare l’architettura ottocentesca per immaginare i personaggi dell’epoca passeggiare in questo stesso spazio.
Magari Alessandro Manzoni — che di Milano ottocentesca fu la voce letteraria — passò dalla Galleria, ai suoi tempi ancora cantiere a cielo aperto. Lo scrittore americano Mark Twain, di passaggio a Milano, la descrisse nel suo libro di viaggio A Tramp Abroad (1880) con un entusiasmo che sfiorava l’incanto, arrivando a dire che ci sarebbe voluto vivere per sempre.
Giuseppe Verdi era di casa in una Milano dove i suoi lavori debuttavano proprio alla Scala. Magari il maestro si è più volte mischiato alla folla in attesa di vedere il ratìn in azione: la piccola locomotiva che ogni sera correva su un binario lungo il perimetro della cupola, accendendo una dopo l’altra le lampade a gas — uno spettacolo che attirava i milanesi, incantati nel vederlo compiere il suo giro di luce. Andò in pensione nel 1883, con l’arrivo dell’elettricità.
Il Novecento: futuristi e scrittori
Nei primi del Novecento la Galleria diventò anche palcoscenico delle avanguardie: Filippo Tommaso Marinetti e i futuristi si radunavano proprio qui negli anni della nascita del movimento, e la scena è immortalata nel celebre dipinto Rissa in Galleria (1910) di Umberto Boccioni, oggi conservato alla Pinacoteca di Brera.
Qualche anno dopo, nel 1918, un giovane Ernest Hemingway, in convalescenza a Milano come volontario della Croce Rossa americana dopo essere stato ferito sul fronte del Piave, trascorreva intere giornate proprio in Galleria — tra il Camparino, il Biffi e il Grand’Italia, sorseggiando un Capri bianco ghiacciato. Ne scrisse poi in Addio alle armi: “Ci piaceva star fuori in Galleria, i camerieri andavano e venivano e ogni tavolo aveva la sua lampada con un piccolo paralume.”
Cinema e moda oggi
Un luogo così iconico e teatrale non poteva restare fuori dagli obiettivi: la Galleria compare in Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica e, più di recente, in House of Gucci (2021) di Ridley Scott. Non è raro, del resto, vederla trasformarsi in un set fotografico a cielo aperto: capita, soprattutto nei giorni della Settimana della Moda, di imbattersi in modelle circondate da fotografi e assistenti proprio sotto la cupola.
Come arrivare alla Galleria Vittorio Emanuele II
Metropolitana: fermata Duomo (M1 rossa, M3 gialla), uscita diretta in Piazza del Duomo. L’ingresso monumentale della Galleria è a pochi passi.
A piedi: è il naturale proseguimento di qualsiasi visita al centro. Attraversando la Galleria da Piazza del Duomo si sbuca direttamente in Piazza della Scala, e in pochi minuti si raggiunge il cuore di Brera.